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LA FILIERA DEI RIFIUTI INDUSTRIALI IN ITALIA NON FUNZIONA Articoli per ARS

L’attenzione del Ministero dell’Ambiente, delle Associazioni di Categoria e delle Imprese è stata futilmente catalizzata per circa tre anni dalla pantomima del Sistri, la cui fine non ha destato sorprese né rimpianti.

Il tentativo dello Stato di imporre un ulteriore, colossale e inutile apparato – digitale – dedito esclusivamente alla produzione di documenti amministrativi, per di più avvenuto durante la peggiore crisi del sistema industriale che si ricordi è fallito, ha distolto per tre lunghi anni dall’occuparsi della vera emergenza ambientale che affligge le Imprese in materia di rifiuti: la mancata modernizzazione della filiera di gestione per i rifiuti speciali.

E’ un sistema di Impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti industriali che è stato lasciato a se stesso, con risultati tutt’altro che lusinghieri. La politica, tutta concentrata sul mantra del “rifiuto urbano” e della “lotta alla mafia dei rifiuti” si è dimenticata sostanzialmente di occuparsi dei problemi quotidiani, molto più pressanti. E dall’altra parte, non pungolati da una evoluzione intelligente della normativa, la sensazione è che l’Industria si sia accontentata di gestire al minimo sindacale le attività sui propri rifiuti, senza progredire né raffinare le modalità di organizzazione e selezione dei fornitori. Applicare la legge e basta.

 

Qualche dato concreto speriamo farà riflettere. Statisticamente(*), in Italia, le Imprese strutturate (medio grandi, sopra gli 80-100 dipendenti, e appartenenti a quasi tutti i sistemi produttivi) differenziano ancora troppo poco i rifiuti, per svariati motivi, sia legati alla normativa che non premia i comportamenti virtuosi e sia per l’incapacità degli Impianti di ricezione di valorizzare la differenziata.

Nel settore degli imballaggi, per l’anno 2011, solo il 47% dell’Industria produce imballi in carta e cartone (CER 150101) e ancora meno, ossia il 37 %, imballi in plastica (CER 150102) ma un numero maggiore – pari al 60 % - conferisce imballi indifferenziati (CER 150106). Nel 2012 si è visto un certo miglioramento (vedere la Tabella 1), ma certo non sufficiente.

 

(*) Fonte: banca dati on-line, liberamente consultabile, sulla movimentazione dei rifiuti speciali in Italia, campione di circa 300 siti produttivi, pubblicata su www.soger.it per gli anni 2011 e 2012.

 

Percentuale utilizzo del CER

(estrazione dati su alcuni CER relativamente diffusi)

 

ANNO 2011

ANNO 2012 parziale

Nome rifiuto

CER

limatura e trucioli di materiali ferrosi

120101

14,85%

14,39%

limatura e trucioli di materiali non ferrosi

120103

12,54%

13,28%

oli minerali per macchinari, non contenenti alogeni (eccetto emulsioni e soluzioni)

120107*

6,60%

7,75%

oli minerali per circuiti idraulici, non clorurati

130110*

6,60%

5,54%

scarti di olio minerale per motori, ingranaggi e lubrificazione, non clorurati

130205*

21,12%

19,93%

Imballaggi di carta e cartone

150101

46,86%

53,51%

Imballaggi in plastica

150102

37,29%

44,65%

Imballaggi in materiali misti

150106

60,40%

59,78%

imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose o contaminati da tali sostanze

150110*

49,17%

49,82%

 

Scartata l’ipotesi che il 60 % delle Imprese non produca (almeno una volta l’anno) rifiuti da imballi in plastica, pare evidente che si debba cercare la spiegazione dei dati in un approccio almeno semplicistico al principio della separazione dei rifiuti.

 

L’osservazione dell’efficienza del sistema dei conferimenti, badata sui crudi numeri derivanti dai Formulari – che per molti è addirittura una novità assoluta – fa meglio comprendere perché sia ragionevole considerare quella della modernizzazione del sistema di raccolta e trattamento dei rifiuti industriale una vera emergenza. In media, per i rifiuti generici ma largamente diffusi, i conferimenti finiscono per far girare in strada mezzi di trasporto praticamente vuoti.

E se si considera che usualmente vengono impiegati per la raccolta dei rifiuti industriali – imballi compresi – autocarri da 20 o 25 tonnellate di tara, dato che sono prevalentemente allestiti per il trasporto di cassoni scarrabili di grandi dimensioni, i numeri lasciano quasi inorriditi.

 

I rifiuti da imballaggio, senza eccezioni, vedono nei valori medi superare di poco i 3.000 kg. di carico per singolo viaggio. Anche se scontano il basso peso specifico, occorre tenere presente che il paragone dei pesi trasportati nel caso del rottame metallico ferroso da lavorazione metalmeccanica o meccanica, dal peso specifico decisamente maggiore, non è comunque eccezionale: circa 16.500 kg a viaggio. Ancora più illuminante allora confrontare il caso dei metalli non ferrosi, che viaggiano su cifre modestissime (circa 5.000 kg per carico).

 

Media di conferimento del CER (Kg, con peso partito)

(estrazione dati su alcuni CER relativamente diffusi)

 

ANNO 2011

ANNO 2012 parziale

Nome

CER

limatura e trucioli di materiali ferrosi

120101

16.481

16.510

limatura e trucioli di materiali non ferrosi

120103

5.102

5.736

oli minerali per macchinari, non contenenti alogeni (eccetto emulsioni e soluzioni)

120107*

2.124

4.869

oli minerali per circuiti idraulici, non clorurati

130110*

2.000

1.850

scarti di olio minerale per motori, ingranaggi e lubrificazione, non clorurati

130205*

2.776

2.733

Imballaggi di carta e cartone

150101

3.299

3.136

Imballaggi in plastica

150102

3.253

4.058

Imballaggi in materiali misti

150106

3.631

3.353

imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose o contaminati da tali sostanze

150110*

1.251

1.355

 

E’ però l’osservazione dei dati forniti dal chilometraggio dei rifiuti che svela un aspetto anche più grave. Questo innovativo sistema di analisi comprende solo i viaggi effettuati dal Produttore al primo Destinatario, e non comprende i percorsi che il rifiuto compie successivamente, da un Impianto all’altro.

Osservare carichi estremamente ridotti percorrere brevi o brevissime distanze può avere certamente una giustificazione. Constatare invece che i tracciati medi sono sempre superiore ai 20 km, e in alcuni dai ai 40 o 50 km crea un disagio differente. Rifiuti generici e tutto sommato banali, percorrono materialmente lunghe distanze prima di essere scaricati a destinazione, con costi rilevanti per il sistema industriale.

Gli imballi contaminati, movimentati con il CER 150110 sono tutt’altro che rari, obiettivamente, ma percorrono in media 41 km a viaggio nel 2011 e addirittura (nel campione in esame) oltre 90 km nel 2012. Senza considerare che nelle statistiche riportate non è calcolato il viaggio di rientro del mezzo!

 

Media di chilometraggio del CER (km - trasporto primario)

(estrazione dati su alcuni CER relativamente diffusi)

 

ANNO 2011

ANNO 2012 parziale

Nome

CER

limatura e trucioli di materiali ferrosi

120101

38,89

40,1

limatura e trucioli di materiali non ferrosi

120103

42,26

52,19

oli minerali per macchinari, non contenenti alogeni (eccetto emulsioni e soluzioni)

120107*

38,31

46,06

oli minerali per circuiti idraulici, non clorurati

130110*

21,05

58,88

scarti di olio minerale per motori, ingranaggi e lubrificazione, non clorurati

130205*

30,56

43,83

Imballaggi di carta e cartone

150101

22,91

26,29

Imballaggi in plastica

150102

38,24

86,14

Imballaggi in materiali misti

150106

26,92

42,73

imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose o contaminati da tali sostanze

150110*

41,05

94,96

 

I chilometri generano costi economici, questo è certo. Così si assiste al surreale accostamento di rifiuti che apparentemente di regola non costano al Produttore, come i rifiuti recuperabili, ma che “consumano” di certo risorse economiche, a questo punto quasi segretamente. Una fotografia dell’efficienza della logistica che poco si concilia sia con i criteri di economicità sia con quelli dell’eco-sostenibilità, e che finiscono per essere una delle tante facce della medaglia dell’inefficienza complessiva del sistema dei servizi all’Industria di questo Paese.

 

Immaginando di calcolare 1,70 euro a singolo chilometro percorso  durante il trasporto dei rifiuti (un dato invero prudenziale, considerando la somma dei costi degli autocarri), per i tragitti mediamente rilevati e sotto indicati, abbiamo i seguenti conti economici approssimativi e che naturalmente andrebbero rapportati al complessivo delle movimentazioni annuali per tutti i CER effettivamente prodotti in un anno:

 

Media dei costi vivi del CER (€uro - trasporto primario)

(estrazione dati su alcuni CER relativamente diffusi)

 

ANNO 2011

ANNO 2012 parziale

Nome

CER

limatura e trucioli di materiali ferrosi

120101

66,11

68,17

limatura e trucioli di materiali non ferrosi

120103

71,84

88,72

oli minerali per macchinari, non contenenti alogeni (eccetto emulsioni e soluzioni)

120107*

65,13

78,30

oli minerali per circuiti idraulici, non clorurati

130110*

35,79

100,10

scarti di olio minerale per motori, ingranaggi e lubrificazione, non clorurati

130205*

51,95

74,51

Imballaggi di carta e cartone

150101

38,95

44,69

Imballaggi in plastica

150102

65,01

146,44

Imballaggi in materiali misti

150106

45,76

72,64

imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose o contaminati da tali sostanze

150110*

69,79

161,43

 

 

In sostanza, emerge un quadro complessivo dove l’impatto dell’elemento “logistica” nella gestione dei rifiuti industriali è alto, e per la maggior parte sottovalutato. E non deve essere trascurato l’elemento moltiplicatore delle responsabilità, che i controllori tendono a far gravare sempre più sull’unico soggetto non professionale della filiera: il Produttore, appunto.

Moltiplicare i trasporti significa moltiplicare le possibilità di errore di compilazione dei FIR, moltiplicare le occasioni di spreco e di possibile comportamenti illeciti. Significa anche moltiplicare la dimensione dei documenti amministrativi – come i Registri di Carico e Scarico  – senza alcun sostanziale vantaggio nella gestione ambientale, anzi. L’impatto complessivo della logistica dei rifiuti sulle risorse industriali, economiche e ambientali, nei fatti è enorme.

 

Un ritardo sistemico della filiera sotto gli occhi di tutti, ma questa è anche una situazione complicata che viene da lontano e alla quale non è certamente facile porre rimedio, ma che è indispensabile affrontare. In realtà, il problema del mondo dei rifiuti industriali non è tutto addossabile alle Imprese di trattamento (e con esse a quelle di trasporto) ma è generale e nasce dall’invecchiamento della normativa e dal modo in cui è stata progressivamente applicata, in primo luogo nelle componenti coercitive e sanzionatorie, e disapplicata nelle parti propositive. Resta però che interessa – direttamente e in modo immediato - al mondo produttivo solo quanto lo tocca direttamente, e quindi: efficienza, tecnologia, disponibilità  al cambiamento e quindi innovazione del circuito della raccolta e trattamento dei rifiuti speciali.

 

E’ mancata quindi, sotto tutti i punti di vista, anche la pianificazione degli impianti di trattamento, che non sono stati collocati sul territorio secondo una logica industriale ma solo di opportunità, spesso di basso livello. E’ mancata una logica di mercato e di concorrenza, che premiasse gli Impianti di trattamento in grado di offrire servizi migliori a costi più competitivi, e non solo costi bassi espellendo dal mercato quelli a bassissimo valore aggiunto. E’ mancata, infine, o è stata eccessivamente lenta a manifestarsi, la capacità della Pubblica Amministrazione ad autorizzare in modo chiaro e selettivo gli Impianti, in modo da favorire il trattamento e penalizzare i semplici stoccaggi, non in grado di garantire le esigenze della logistica moderna.

 

Fermi al “Decreto Ronchi” del 1997 nella concezione del Deposito Temporaneo dei rifiuti, cristallizzati e perfino arteriosclerotizzati nel cercare e quindi individuare nelle autorizzazioni degli Impianti le sole - e fondamentali - caratteristiche di legalità dei trattamenti dei rifiuti, si è lasciato che il sistema della filiera della raccolta e trattamento dei rifiuti industriali si muovesse nella sostanziale anarchia ed opacità  economica. Con i risultati che ora vediamo e che difficilmente saranno sostenibili a lungo andare.

Temo che dovremo aspettare una Direttiva europea che imponga standard minimi agli Impianti – standard oggi che esistono a livello europeo ma non sono normati – per scoprire che il nostro sistema è fuori dal tempo, e soprattutto lontanissimo dai tempi moderni.

 

Perché quei costi occulti del sistema della raccolta dei rifiuti industriali – e stiamo parlando comunque di rifiuti banali tra quelli presi ad esempio, e che non impongono alcun specifico sistema tecnico di gestione, tranne forse gli oli esausti – sono tutti in un modo o nell’altro a carico del sistema industriale. Uno spreco colossale di risorse che si potrebbe ridurre intervenendo sulla normativa in modo mirato, allungando i tempi del deposito, ad esempio, o premiando i sistemi virtuosi di conferimento a breve raggio. Gli interventi riteniamo debbano essere articolati, differenziati e tra loro collegati, ma è indubbio che porterebbero ad una modernizzazione del settore.

Interventi del settore pubblico come di quello privato. Creando anche le condizioni perché gli investimenti cadano in un quadro normativo più volto a premiare l’efficienza e la capillarità che non ristretto alle esigenze di pubblica sicurezza (doverosi) o di semplice conformità legislativa. Interventi – ci permettiamo di aggiungere – che svecchino anche il principio della Certificazione ambientale come conformità normativa,  e portino a orientare il sistema ad una “conformità sostanziale” basata sull’efficienza economica e ambientale.

 

Una normativa complessa o mal interpretata non aiuta di certo, in ogni settore della gestione dei rifiuti. Ci siamo divertiti ad esaminare negli stessi dati uno dei temi più caldi e controversi del momento, ossia l’assoggettamento durante il trasporto in strada dei rifiuti all’ADR, in particolare per quei rifiuti che possono essere classificati come “pericolosi per l’ambiente”.

 

I dati raccolti per gli anni 2011 e 2012 raccontano di una classificazione effettuata dai Produttori che sembra basata su un criterio di ragionevolezza, e non sull’applicazione della norma: oli esausti – di varia natura, ma tutti “interi” e derivanti da attività industriale, diretta o di manutenzione come i CER 120107, 130110 e 130205 -, sono assoggettati all’ADR in minima parte, ma costante, e sempre almeno con il numero ONU pertinente, ossia il “3082 – Materia pericolosa per l’ambiente, liquida”.

 

Ma le proporzioni tra i trasporti assoggettati e quelli esclusi, per tutti i CER degli oli, sono anche insolitamente coerenti tra loro: in genere un Produttore su quattro si pone dalla parte della cautela nel conferimento in ADR, facendo pensare che esista una costanza nei dati rilevati non tanto legata alla normativa (si tratta di oli che rarissimamente hanno composizioni davvero differenti tra loro) quanto all’approccio di sicurezza aziendale o di rapporto col trasportatore.

 

ADR per il CER (trasporto primario)

(estrazione dati su alcuni CER relativamente diffusi)

 

ANNO 2011

ANNO 2012 parziale

Nome

CER

Si

No

Si

No

oli minerali per macchinari, non contenenti alogeni (eccetto emulsioni e soluzioni)

120107*

14,29%

85,71%

19,05%

80,95%

oli minerali per circuiti idraulici, non clorurati

130110*

20,00%

80,00%

20,00%

80,00%

scarti di olio minerale per motori, ingranaggi e lubrificazione, non clorurati

130205*

25,76%

74,24%

35,71%

64,29%

imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose o contaminati da tali sostanze

150110*

10,62%

89,38%

15,11%

84,89%

 

Questi dati portano a ritenere che quando le normative o i regolamenti sono eccessivamente complessi, al limite del bizantinismo, oltre ad alimentare un falso mercato finiscono per danneggiare esclusivamente coloro che le devono applicare. Anche per il trasporto dei rifiuti in ADR, quindi, si è perso troppo tempo per inseguire il mito della complessità, senza rendersi conto che l’Industria ha necessità di meno regole, più chiare e di un sistema efficiente e trasparente di raccolta e conferimento dei propri rifiuti.

 

Un modo per dire, in sintesi: servono meno norme, uguale responsabilità di fatto nella filiera, e premi per chi consuma meno risorse nella gestione dei rifiuti. Tutto il contrario di quanto abbiamo visto e sentito finora.

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ARS edizioni Ministero dell'Ambiente G.U. Unione Europea Provincia di Torino G.U. Repubblica italiana
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