<< Ritorna

News

I PRODUTTORI DI RIFIUTI SANNO GESTIRE LE AUTORIZZAZIONI DEGLI IMPIANTI? Articoli per ARS

Premessa. Crediamo che alle Imprese siano stati conferiti adempimenti vaghi in materia di gestione rifiuti – troppo – e accollate responsabilità non loro – troppe -. Bisogna cambiare la logica e responsabilizzare gli Impianti. Ora vediamo perché. Quello che sta accadendo oggi ai “Produttori iniziali di rifiuti” – fabbriche manifatturiere e grandi Imprese di servizi, principalmente – che si trovano nella necessità di “gestire” i processi di conferimento dei rifiuti è grosso modo di credere che la verifica dei loro Destinatari, come Impianti di Trattamento, sia sufficiente e li cauteli dai rischi di affidamento incauto. Ma la capacità di utilizzo delle autorizzazioni – ordinarie o semplificate, poco cambia – è forse sottovalutata, e le Imprese si trovano in un “deficit” di competenze molto forte. Bisognerebbe affrontare il problema, anche per via dei costi, e non trascurarlo. Questa volta, il rischio dietro l’angolo è alto, e, a dispetto delle cautele previste dalle Imprese anche in forza delle responsabilità derivanti dall’applicazione della legge 231/2001 ai reati ambientali, le vie d’uscita sono pochissime. A meno, riteniamo, di interventi legislativi, per una volta nell’interesse del sistema produttivo, e non degli smaltitori o dei trasportatori. Ma nessuno, stranamente, ne parla. Il punto di partenza del ragionamento è che il controllo delle autorizzazioni dei Destinatari cui affidare i propri rifiuti è certamente il “pilastro” su sui si basa qualsiasi opera di controllo e prevenzione di illeciti e che le Imprese organizzate mettono in atto da sempre, ritenendo a buon diritto che sia anche sovente l’unico modo per garantirsi la tranquillità dei conferimenti. Da un lato, occorre però ricordare che la normativa sembra immobile a partire dal “Decreto Ronchi” del lontanissimo 1997. Il Produttore iniziale è infatti responsabile del fatto di avviare i rifiuti a soggetti autorizzati, in grado – presuntivamente – di operare il recupero o lo smaltimento senza danni per l’ambiente. Dall’altro lato, la magistratura giudicante ha progressivamente confermato quanto l’opinione pubblica si aspetta, e l’ultima di queste conferme ci è stata segnalata con la sentenza n° 13363 del 10/04/2012 della Cassazione Penale, III Sezione di Roma. Sostanzialmente, i “cattivi” pagano sempre, ma quasi sempre tra i “cattivi” ci sono le Imprese. Che di fatto, quando sono le sole patrimonializzate, rischiano di pagare anche per l’intera filiera colpevole dei reati ma “impossibilitata” a rifondere i danni materiali. Senza volerci sostituire al lavoro dei legali, possiamo riassumere l’impostazione attuale a carico delle Imprese che conferiscono i rifiuti pressappoco in questi termini: qualora siano stati compiuti tutti gli obblighi di cautela preventiva, eventuali danni ambientali o altri illeciti gravi commessi da terzi nel corso del processo di smaltimento (o recupero, s’intende) potrebbero essere comunque fatti risalire fino al Produttore iniziale. Che, per difendersi da rischi, in genere – vale anche per le Imprese certificate ISO14001 – procedono a: - identificare il rifiuto con un CER ritenuto valido e coerente col rifiuto - cercare sul mercato un Trasportatore autorizzato e corredato del CER che intendono movimentare - rivolgersi a “Smaltitori autorizzati” (formula magica!?) e in specifico a quelli dotati in queste del CER che si vuole smaltire Cosa si è soliti controllare delle autorizzazioni? Tutto quanto la buona prassi ritiene che possa costituire il massimo della sicurezza, ossia: - la scadenza dell’autorizzazione - la presenza di fidejussione – se prevista dalla legge nazionale - - l’effettiva e materiale esistenza dell’impianto che dovrà ricevere il rifiuto - il tipo di trattamento autorizzato (R4, ad esempio) - la presenza di una analisi di laboratorio che corrobori la validità del conferimento E’ tutto? Si può dire che queste attività siano sufficienti oggi e per il futuro? Si, e no. Si, perché le autorizzazioni emesse agli Impianti continuano a prescrivere comunque obblighi sugli argomenti citati, e quindi il mantenimento delle verifiche è doveroso. No, perché il rilascio delle autorizzazioni è stato soggetto ad un mutamento graduale ma costante, diffuso e importante negli orientamenti e nelle prescrizioni “collaterali”, ma pochissimi se ne sono accorti. Gli elementi principali di mutamento delle condizioni di attuazione delle autorizzazioni sono due. Primo: la Pubblica Amministrazione orienta il rilascio dei provvedimenti in base alla possibilità che sia possibile operare un controllo sia formale sia sostanziale. Introducendo nelle prescrizioni l’obbligo di verificare – da parte dell’Impianto - che sostanzialmente il rifiuto sia coerente con il codice CER, tramite il controllo della caratterizzazione fornita dal Produttore, si dota il Controllore di uno strumento di verifica del merito dei conferimenti. Secondo: i criteri chimici e fisici dei rifiuti ammissibili sono difficilmente determinabili con certezza, ma sono però alla base delle verifiche di pericolosità (attribuzione di Classi H), e la normativa nazionale sul divieto di miscelazione sta trovando attuazione nelle norme di attuazione regionali (prima tra tutte la Regione Lombardia, che disciplina con la D.G.R. IX/3596 le miscelazioni ammissibili e quelle comunque vietate). Che impatto hanno questi processi sul lavoro di verifica che deve svolgere l’Impresa produttrice di rifiuti? Potenzialmente norme, in prospettiva, dato che portano il livello di “capacità” di elaborazione di dati da parte del Produttore di rifiuti a un livello certamente più elevato di oggi, e comunque alto in assoluto. Caratterizzare i rifiuti è una attività che comporta una professionalità di base e spesso richiede anche esperienza, non solo la conoscenza delle norme. Classificare la pericolosità è invece tecnicamente complesso, comporta la conoscenza del sistema normativo sulle sostanze pericolose, e richiede che le analisi di laboratorio siano richieste e poi eseguite conoscendo tutto il ciclo produttivo. Un esempio pratico semplicissimo delle difficoltà costanti che offre il processo di caratterizzazione anche più banale. Nella scelta del CER “150102 – Imballaggi in Plastica”, il processo di caratterizzazione deve – escludendo plastiche inquinate da sostanze pericolose – decidere fino a che punto è ammissibile la presenza di “altri materiali”, anche quando questi sono imballaggi, ma di altra materia. Ossia, se il 150102 contenesse il 10% di imballi di cartone, potremmo ancora usare questo CER? Regole tecniche, al momento, non ne esistono. [N.B. Coloro che leggendo queste righe pensano che quello descritto sia un processo di lavoro troppo pignolo, dovrebbero iniziare a domandarsi perché rifiuti differenti per composizione abbiano o stesso “costo”, o siano ritirati indifferentemente a D15 o R13, oppure perché i Destinatari raramente contestino la composizione del rifiuto anche quando ne occorrono evidentemente gli estremi…sono segni evidenti del malfunzionamento sistemico della filiera che prima o poi si dovranno affrontare] Inoltre la situazione è ulteriormente complicata da un elemento distorsivo apportato dalla Pubblica Amministrazione, che continua a rilasciare autorizzazioni - spesso ponderose - ad Impianti di trattamento rifiuti utilizzando criteri di valutazione, imponendo prescrizioni, prevedendo o escludendo possibilità di trattamento o obblighi in termini di accettazioni e omologa diversissimi, ma non solo tra le diverse Regioni, ma addirittura tra Province e non di rado cambiando anche orientamento al passaggio di dirigenza (di solito quinquennale)! L’inserimento poi degli obblighi di caratterizzazione dei rifiuti tra la documentazione che il Produttore deve fornire solleva ulteriori interrogativi: come deve essere realizzata la caratterizzazione chimico-fisica? Cosa comporta eventualmente la mancata corrispondenza tra la caratterizzazione fornita e il CER adottato? Per quest’ultima questione si può agevolmente ricordare che tali prescrizioni fanno parte integrante dell’autorizzazione stessa, per cui violare tali precetti configura la violazione dell’art. 256 del Testo Unico (Le pene di cui ai commi 1, 2 e 3 – violazioni degli obblighi delle autorizzazioni, N.d.A. - sono ridotte della metà nelle ipotesi di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni). Per quanto attiene alla caratterizzazione del rifiuto e le modalità di redazione dei documenti, non si dispone di nessuna norma o regolamento né nazionale né regionale che disciplini il processo o identifichi la maniera con cui formalizzare i dati di caratterizzazione. Di certo, non si pensi di sostituirla con l’analisi di laboratorio. Questo è davvero un bel regalo degli Enti preposti al rilascio delle autorizzazioni, che richiedono l’assolvimento di un obbligo senza indicare la strada da percorrere per operare in un consapevole rispetto delle norme. Riepilogando le questioni, si può immaginare quanto debba gestire un Produttore qualora si accinga a scegliere un Destinatario per i propri rifiuti: Individuazione dell’autorizzazione vigente Verifica della validità e scadenza Controllo se il rifiuto autorizzato è per CER e caratteristiche fisiche e chimiche compatibile con quello prodotto Accertarsi che il rifiuto prodotto sia stabile nella composizione durante il periodo di previsto conferimento, e che la documentazione (caratterizzazione e analisi di laboratorio, se del caso) sia ancora valida Concordare ulteriori analisi chimiche di omologa e richiedere al laboratorio di integrare eventuali parametri mancanti (necessario perché le omologhe sono tutte diverse tra loro) Verificare a questo punto che il processo di recupero/smaltimento concordato sia tra quelli previsti dall’autorizzazione Per i rifiuti pericolosi, verificare se le classi di pericolo sono state attribuite correttamente, in quanto se il Destinatario è solo uno stoccatore (R13 o D14 e D15) il rifiuto dovrà ragionevolmente ma imprevedibilmente essere prima o poi miscelato Per gli Impianti autorizzati in regime semplificato, ex art. 208 del T.U. è necessario verificare che anche la provenienza del rifiuto e il risultato del trattamento previsto siano quelli descritti dalla Legge Naturalmente, le voci si devono applicare a ciascun singolo rifiuto conferito. Che questa lista di attività spaventi un professionista del settore magari non si può dire, ma che siano poste in capo a qualsiasi Produttore di rifiuti, senza alcuna distinzione, per tipo di attività, dimensione o volumi di conferimento – andando a ruota libera, ovviamente – ecco, questo lascia oltremodo perplessi. Per le piccole o medie Imprese, è un’operazione quasi impossibile. Perché è qui che sta il punto. Gli obblighi sono rivolti in maniera uguale a tutte le Imprese, ma inevitabilmente gravano proporzionalmente di più sulle Imprese giocoforza meno strutturate (in genere le medio-piccole). Ma soprattutto non si capisce perché tutti gli accertamenti previsti per comprendere la coerenza del conferimento spettino al Produttore. Sarebbe molto più logico che, invece, che spetti al Destinatario – l’unico, della filiera, che si identifichi come soggetto “professionale” – il compito degli accertamenti tecnici, lasciando alle Imprese manifatturiere il solo l’onere della caratterizzazione. Ma non basta ancora. Sarebbe necessario standardizzare le autorizzazioni rilasciate, per forma e modalità di contenuti, e circoscrivere formalmente e in maniera chiara quali siano i dati che un Produttore è tenuto a riconoscere e comprendere, e quindi controllare, e quali possa legittimamente ignorare. Che è un po’ chiedere che la Pubblica Amministrazione dica chiaramente quali compiti spettino al Produttore e quali al Destinatario, e poi proceda in maniera equilibrata e trasparente a controllare i rispettivi operati. Nel frattempo, suggeriamo serissima prudenza nel maneggiare le autorizzazioni.
Tutte le news »

ARS edizioni Ministero dell'Ambiente G.U. Unione Europea Provincia di Torino G.U. Repubblica italiana
ARS edizioni Ministero dell'Ambiente G.U. Unione Europea Provincia di Torino G.U. Repubblica italiana